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Artrosi della spalla: sintomi, cure e protesi | Logmedica

L’artrosi della spalla è una patologia degenerativa che interessa soprattutto l’articolazione gleno-omerale, formata dalla testa dell’omero e dalla glena della scapola. Con il passare del tempo, la cartilagine che riveste queste superfici può assottigliarsi, perdendo progressivamente la capacità di consentire un movimento fluido e poco doloroso.

Quando la cartilagine si deteriora, aumenta l’attrito tra le superfici ossee. Possono inoltre comparire rigidità della capsula articolare, infiammazione della membrana sinoviale e osteofiti, cioè piccole formazioni ossee che limitano ulteriormente il movimento.

L’evoluzione non è uguale per tutti. Alcune persone presentano alterazioni radiologiche importanti ma sintomi contenuti; altre sviluppano dolore, perdita di forza e difficoltà anche nelle attività più semplici. Per questo la cura non dipende soltanto dall’immagine della radiografia, ma dal rapporto tra danno articolare, condizioni della cuffia dei rotatori, intensità dei sintomi e richieste funzionali del paziente.

Come si manifesta l’artrosi della spalla

Il sintomo più comune è un dolore profondo, percepito all’interno della spalla e talvolta irradiato verso il braccio. All’inizio può comparire soltanto durante alcuni movimenti, mentre nelle fasi più avanzate può essere presente anche a riposo o disturbare il sonno.

Le difficoltà riguardano spesso gesti quotidiani come pettinarsi, indossare una giacca, raggiungere un ripiano alto, allacciarsi dietro la schiena o sollevare un oggetto. La spalla può diventare progressivamente rigida e il paziente può avvertire crepitii o una sensazione di attrito durante la rotazione.

Il dolore notturno non è specifico dell’artrosi: può comparire anche nelle lesioni della cuffia dei rotatori o nelle tendinopatie. La visita specialistica serve quindi a distinguere un problema prevalentemente articolare da una patologia tendinea o da una combinazione delle due.

L’artrosi primaria si sviluppa gradualmente senza una causa unica riconoscibile. Esistono però anche forme secondarie a vecchi traumi, fratture, instabilità, precedenti interventi, necrosi della testa omerale o lesioni croniche della cuffia. Quando i tendini della cuffia non sono più in grado di stabilizzare correttamente l’articolazione, si può sviluppare una particolare forma di degenerazione chiamata artropatia da cuffia.

Diagnosi: non basta sapere che “c’è artrosi”

La valutazione parte dalla storia clinica. Lo specialista considera l’insorgenza del dolore, i movimenti che lo aggravano, la qualità del sonno, le attività lavorative e sportive e gli eventuali trattamenti già eseguiti.

Durante la visita vengono analizzate la mobilità attiva e passiva, la forza, la stabilità e la funzione dei tendini della cuffia dei rotatori.

La radiografia è generalmente l’esame iniziale più utile, perché permette di osservare la riduzione dello spazio articolare, gli osteofiti e le modificazioni della testa omerale e della glena. Ecografia e risonanza magnetica possono essere richieste per studiare la cuffia, il capo lungo del bicipite e gli altri tessuti molli.

La tomografia computerizzata diventa particolarmente importante quando si valuta una protesi, soprattutto in presenza di deformità o perdita di osso della glena. Le ricostruzioni tridimensionali consentono di comprendere meglio l’anatomia e, nei casi complessi, di pianificare in anticipo posizione e orientamento delle componenti.

A Lugano e Bellinzona, la possibilità di integrare visita, diagnostica e valutazione funzionale permette di costruire il trattamento in base alla reale origine dei sintomi, evitando di considerare ogni dolore di spalla come una semplice conseguenza dell’usura.

Trattamento conservativo: mantenere il movimento senza aumentare il dolore

Nelle fasi iniziali e intermedie, la prima scelta è generalmente conservativa. L’obiettivo non è soltanto ridurre il dolore, ma mantenere mobilità, forza e autonomia il più a lungo possibile.

La fisioterapia ha un ruolo centrale. Il programma viene adattato al grado di rigidità e alle condizioni della cuffia, lavorando sulla mobilità della capsula, sul controllo della scapola e sul rinforzo della muscolatura ancora efficiente. Un esercizio troppo aggressivo può aumentare l’irritazione, mentre l’immobilità prolungata favorisce rigidità e perdita di forza: è quindi necessario trovare il carico corretto.

Anche la gestione delle attività quotidiane è importante. Non significa smettere di usare il braccio, ma ridurre temporaneamente i gesti ripetuti sopra la testa, i carichi lontani dal corpo e le attività che provocano un aumento prolungato della sintomatologia.

Farmaci analgesici e antinfiammatori possono essere utilizzati per periodi limitati, dopo aver considerato eventuali controindicazioni. Il trattamento farmacologico controlla i sintomi, ma non ricostruisce la cartilagine.

Le infiltrazioni di corticosteroidi possono offrire sollievo nelle fasi molto infiammatorie, soprattutto in presenza di sinovite. Il beneficio è però generalmente temporaneo e infiltrazioni ripetute devono essere valutate con prudenza, anche per il possibile impatto sui tessuti tendinei.

PRP, acido ialuronico e medicina rigenerativa

Negli ultimi anni è aumentato l’interesse verso le terapie biologiche. Il PRP, o plasma ricco di piastrine, viene ottenuto da un prelievo di sangue del paziente, successivamente centrifugato per concentrare le piastrine e le molecole bioattive in esse contenute.

L’obiettivo del PRP non è ricreare una cartilagine nuova, ma modulare il microambiente infiammatorio e favorire una riduzione del dolore in pazienti selezionati. Il beneficio, quando presente, tende a essere graduale e non immediato.

Anche l’acido ialuronico viene utilizzato con finalità di viscosupplementazione, cercando di migliorare lo scorrimento articolare e ridurre la sintomatologia. In alcuni percorsi può essere associato al PRP, ma la scelta dipende dal grado di artrosi e dalle caratteristiche del paziente.

I trattamenti derivati dal tessuto adiposo autologo presentano una complessità maggiore, perché richiedono un prelievo e una preparazione eseguiti in ambiente adeguato. Anche in questo caso è più corretto parlare di possibile modulazione biologica che di rigenerazione completa dell’articolazione.

Le evidenze sono promettenti per alcune applicazioni, ma non consentono di garantire lo stesso risultato a tutti. Le infiltrazioni non devono diventare una successione automatica di procedure: il beneficio va misurato sulla funzione, sul sonno, sulla capacità di usare il braccio e sull’effettiva riduzione del dolore.

Quando si prende in considerazione la protesi

La protesi viene valutata quando il dolore è persistente e limita significativamente la vita quotidiana, la mobilità è compromessa e il trattamento conservativo non consente più un risultato soddisfacente.

Non esiste una soglia radiologica universale oltre la quale sia obbligatorio operare. La decisione dipende dal disagio reale del paziente e dal rapporto tra rischi, aspettative e benefici prevedibili.

Le due principali tipologie sono la protesi anatomica e la protesi inversa.

La protesi anatomica riproduce la normale struttura della spalla, sostituendo la testa dell’omero con una componente sferica e la glena con una superficie concava. Richiede però una cuffia dei rotatori sufficientemente integra e funzionale.

La protesi inversa modifica invece i rapporti articolari: la sfera viene posizionata sulla scapola e la componente concava sull’omero. Questa configurazione permette al muscolo deltoide di contribuire maggiormente al movimento anche quando la cuffia è gravemente compromessa. Per questo viene utilizzata frequentemente nell’artropatia da cuffia, in alcune fratture, nelle revisioni e in quadri degenerativi complessi.

La pianificazione mediante TC tridimensionale aiuta il chirurgo a studiare la forma della glena e la quantità di osso disponibile. Nei casi con deformità importanti possono essere progettate guide personalizzate, utilizzate durante l’intervento per riprodurre con precisione la traiettoria pianificata. Queste tecnologie non eliminano i rischi chirurgici e non rendono automaticamente l’intervento mini-invasivo, ma possono migliorare la preparazione e l’accuratezza nei casi selezionati.

Riabilitazione dopo la protesi di spalla

Dopo l’intervento, la riabilitazione è parte integrante del trattamento. Nelle prime settimane l’obiettivo è proteggere i tessuti, controllare il dolore e recuperare gradualmente la mobilità.

Il programma cambia in base al tipo di protesi, alle condizioni della cuffia e alle procedure associate. Successivamente si lavora sulla mobilità attiva, sul deltoide e sui muscoli che controllano la scapola.

Il recupero non è immediato e prosegue per diversi mesi. La maggior parte dei pazienti cerca soprattutto una riduzione importante del dolore e il recupero dell’autonomia quotidiana. La mobilità finale dipende dalla situazione preoperatoria, dalla qualità muscolare e dall’aderenza alla riabilitazione.

Un percorso personalizzato in Logmedica

L’artrosi della spalla richiede un percorso progressivo. Nelle fasi iniziali può essere sufficiente migliorare la gestione del carico e impostare una fisioterapia mirata. Nei quadri persistenti possono essere valutate procedure infiltrative, mentre la protesi trova indicazione quando dolore e rigidità compromettono in modo significativo la qualità della vita.

In Logmedica, nelle sedi di Lugano e Bellinzona, il riferimento per la valutazione e il trattamento delle patologie di spalla e gomito è il Dr. med. Stamen Milev, specialista FMH in chirurgia ortopedica e traumatologia. Quando il percorso comprende la gestione del dolore o la valutazione di terapie infiltrative e biologiche, può essere coinvolto anche il Dr. med. Edoardo Tasciotti, specialista in anestesia, rianimazione e medicina del dolore.

Domande frequenti

L’artrosi della spalla può migliorare senza intervento?

Sì. Nelle fasi iniziali e intermedie, fisioterapia, adattamento delle attività, farmaci e infiltrazioni selezionate possono ridurre il dolore e mantenere una buona funzione.

Il PRP ricostruisce la cartilagine?

Non è corretto presentarlo come un trattamento capace di ricostruire completamente la cartilagine. Può però contribuire a modulare l’infiammazione e il dolore in pazienti selezionati.

Quando serve una protesi inversa?

Viene utilizzata soprattutto quando la cuffia dei rotatori è gravemente compromessa o in presenza di deformità, fratture e revisioni che non consentono una normale protesi anatomica.

Dopo la protesi si recupera tutta la mobilità?

Il risultato varia. In genere l’obiettivo principale è ridurre il dolore e recuperare autonomia. La mobilità finale dipende dalle condizioni di partenza e dalla riabilitazione.

L’artrosi può provocare dolore notturno?

Sì. Il dolore notturno è frequente, ma può essere presente anche nelle patologie della cuffia. Per questo è necessaria una diagnosi differenziale.

La radiografia è sufficiente?

È spesso il primo esame, ma ecografia, risonanza o TC possono essere necessarie per studiare tendini, deformità ossee e pianificare eventuali trattamenti chirurgici.

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