

L’artrosi dell’anca (coxartrosi) è una patologia degenerativa dell’articolazione coxo-femorale in cui la cartilagine si assottiglia progressivamente, riducendo la capacità dell’anca di scorrere in modo fluido. Con il tempo possono comparire dolore, rigidità e limitazioni nella vita quotidiana.
In Ticino, dove molte persone mantengono una vita attiva anche in età adulta, il dolore d’anca è un motivo frequente di consulto. Il punto clinico centrale è che l’artrosi non si gestisce con una “soluzione unica”, ma con un percorso: si parte da una diagnosi accurata, si definisce il grado di degenerazione e si scelgono interventi graduali, dalle opzioni conservative fino alla chirurgia quando indicata.
In Logmedica, la valutazione e la gestione delle patologie dell’anca possono coinvolgere un team dedicato: Dr. med. Paolo Gaffurini e Dr. med. Simone Verzellotti, specialisti in ortopedia e traumatologia con focus sull’anca, lavorano in modo coordinato soprattutto nei casi complessi o quando la pianificazione richiede un inquadramento particolarmente accurato.
Perché si sviluppa l’artrosi dell’anca
L’artrosi dell’anca può essere:
- Primaria (idiopatica): non esiste una singola causa identificabile; concorrono età, carico meccanico, fattori genetici, sovrappeso, attività lavorative o sportive.
- Secondaria: conseguenza di condizioni preesistenti che alterano la biomeccanica dell’anca o danneggiano la cartilagine, come:
- displasia dell’anca
- conflitto femoro-acetabolare (FAI)
- esiti di fratture o traumi
- necrosi avascolare della testa del femore
- alcune patologie reumatiche
Questa distinzione è utile perché aiuta a capire perché l’anca si sta deteriorando e quali strategie possono essere più appropriate in relazione all’età e allo stato dell’articolazione.
Sintomi tipici: come si presenta l’artrosi dell’anca
I sintomi più comuni includono:
- dolore profondo all’inguine (tipico dell’anca), talvolta irradiato a coscia e ginocchio
- dolore laterale (zona del grande trocantere) o ai glutei in alcuni quadri associati
- rigidità e riduzione del movimento (ad esempio difficoltà a mettersi calze/scarpe o a sedersi in auto)
- zoppia o riduzione della distanza di cammino
- dolore dopo attività o a fine giornata; nelle fasi più avanzate anche a riposo o notturno
Un aspetto importante: non tutto il dolore “in zona anca” è artrosi. Tendinopatie, borsiti, problemi lombari o muscolari possono imitare un dolore d’anca. Per questo la visita clinica resta essenziale.
Diagnosi: visita specialistica e imaging
La diagnosi si fonda su:
1) Visita clinica
Include anamnesi (tipo di dolore, durata, attività che lo scatenano), valutazione del cammino, mobilità dell’anca e test mirati.
2) Radiografie sotto carico
Sono spesso il primo esame per valutare lo spazio articolare e i segni di degenerazione.
3) Risonanza magnetica (RM)
Utile quando serve dettagliare tessuti molli (labbro acetabolare), edema osseo o sospettare altre condizioni (es. necrosi).
4) TC e pianificazione
La TC può essere utile in quadri selezionati, soprattutto quando l’anatomia è complessa o quando è richiesta una pianificazione tridimensionale più accurata.
Obiettivi del trattamento conservativo
Nelle forme iniziali o intermedie, l’obiettivo è:
- ridurre dolore e infiammazione
- migliorare funzione e tolleranza al carico
- mantenere mobilità e forza
- ottimizzare la qualità di vita
- quando possibile, posticipare l’opzione chirurgica
Fisioterapia e “carico intelligente”
Un programma ben impostato mira a migliorare controllo del bacino, forza dei glutei e mobilità, con progressione personalizzata. Spesso è utile anche intervenire su stile di vita, recupero del sonno e gestione del peso corporeo (se pertinente).
Farmaci
Gli antinfiammatori possono essere indicati in fasi dolorose, sempre valutando benefici e rischi, soprattutto se l’uso è prolungato o se esistono comorbidità.
Infiltrazioni
Le infiltrazioni possono essere considerate in casi selezionati per migliorare sintomi e facilitare il recupero funzionale. È importante inquadrarle correttamente: possono ridurre dolore e infiammazione, ma non “rigenerano” l’articolazione e non sostituiscono la riabilitazione.
Terapie biologiche e infiltrative: cosa possono (e cosa non possono) fare
Negli ultimi anni si è sviluppato interesse per alcune strategie che possono essere integrate in un percorso conservativo, in particolare quando l’artrosi non è avanzata e l’obiettivo è la gestione dei sintomi e della funzione.
PRP (Plasma Ricco di Piastrine)
È un concentrato ottenuto dal sangue del paziente e utilizzato in ambito infiltrativo in indicazioni selezionate. In alcuni pazienti può contribuire a modulare sintomi e infiammazione. La risposta varia in base a grado di artrosi, aspettative e stile di vita: per questo è fondamentale la selezione.
Cellule mesenchimali da tessuto adiposo
In contesti specifici può essere valutata una strategia basata su prelievo e reiniezione autologa. Anche qui è essenziale un inquadramento realistico: l’obiettivo è lavorare su infiammazione e ambiente biologico, non “ricostruire” cartilagine avanzata.
Ozonoterapia localizzata (ossigeno-ozonoterapia)
L’ozonoterapia viene talvolta utilizzata come supporto integrabile nella gestione di condizioni muscolo-scheletriche croniche, con un razionale orientato a modulazione di processi infiammatori e supporto al recupero. Come per le altre opzioni, si tratta di una scelta che va personalizzata: indicazione, obiettivi, percorso e follow-up devono essere chiari.
Un principio utile per orientarsi: queste opzioni hanno senso soprattutto quando esiste ancora “margine biologico e funzionale” e quando vengono inserite in un piano completo (movimento, rinforzo, gestione del carico). Nei quadri avanzati, l’impatto sui sintomi può essere più limitato.
Quando la chirurgia diventa un’opzione appropriata
La chirurgia non viene decisa solo in base alla radiografia. Il criterio guida è spesso funzionale:
- dolore che limita in modo significativo cammino e attività quotidiane
- disturbi del sonno legati al dolore
- riduzione dell’autonomia
- fallimento o beneficio insufficiente delle opzioni conservative
In questa fase l’obiettivo è impostare una scelta informata, con una pianificazione coerente e un percorso riabilitativo adeguato.
Protesi d’anca: cosa significa “tecnica moderna” oggi
La protesi d’anca è un intervento consolidato. Le evoluzioni più rilevanti riguardano:
Approcci “muscle-sparing”
Alcuni accessi chirurgici mirano a ridurre l’impatto sui tessuti molli, rispettando piani anatomici. Questo può favorire una ripresa più agevole in pazienti selezionati, ma la scelta dell’accesso dipende da anatomia, condizioni cliniche e valutazione specialistica.
Pianificazione avanzata
In casi selezionati la pianificazione tridimensionale aiuta a prevedere con maggiore precisione il posizionamento dei componenti e a gestire anatomie complesse. È uno strumento di supporto alla decisione chirurgica, non un sostituto dell’esperienza clinica.
Soluzioni personalizzate
In alcuni casi particolari (deformità, esiti post-traumatici, revisioni) la chirurgia può richiedere impianti e strategie più specifiche, con un’attenzione particolare alla ricostruzione della biomeccanica e al ripristino della funzione.
Il ruolo del team nei casi complessi: Gaffurini e Verzellotti
Non tutte le situazioni cliniche sono “lineari”. Revisioni, deformità, deficit ossei o quadri post-traumatici richiedono più pianificazione e una valutazione approfondita dei rischi e delle opzioni.
In questi scenari, un approccio di team consente di:
- discutere indicazioni e timing
- definire una strategia con alternative (piano A/B)
- scegliere materiali e impianti coerenti con il caso
- impostare un percorso post-operatorio realistico e sicuro
Il lavoro coordinato tra Dr. Paolo Gaffurini e Dr. Simone Verzellotti è orientato proprio a questo: gestione clinica e chirurgica dell’anca con attenzione ai casi complessi e alla programmazione del percorso.
In sintesi: cosa fare se hai dolore d’anca in Ticino
- Non dare per scontato che sia “solo artrosi”: serve diagnosi corretta.
- Radiografia sotto carico + visita clinica sono spesso il primo passo.
- Le terapie conservative funzionano meglio se strutturate e misurabili.
- Infiltrazioni, PRP, cellule mesenchimali e ozonoterapia possono essere opzioni integrabili in casi selezionati, con aspettative realistiche.
- Quando la qualità di vita è compromessa e il conservativo non basta, la chirurgia protesica può diventare appropriata, con pianificazione e riabilitazione dedicate.
FAQ – Artrosi dell’anca (coxartrosi)
1) Come capisco se il dolore viene davvero dall’anca e non dalla schiena?
Il dolore “tipico” dell’anca è spesso profondo all’inguine e può irradiarsi verso coscia o ginocchio. Il dolore lombare può invece irradiarsi lungo la gamba con formicolii o bruciore. La distinzione si fa con visita clinica e, quando indicato, con RX ed eventualmente RM/TC.
2) Qual è l’esame più importante per diagnosticare l’artrosi dell’anca?
Nella maggior parte dei casi il primo esame è la radiografia del bacino sotto carico, perché mostra lo spazio articolare e i segni di degenerazione. La risonanza magnetica è utile se serve valutare tessuti molli o condizioni specifiche (ad esempio sospetta necrosi o danni del labbro).
3) La fisioterapia può aiutare anche se c’è già artrosi?
Sì, spesso può aiutare a migliorare mobilità, forza e controllo del carico, con effetto positivo su dolore e funzione, soprattutto nelle forme iniziali o intermedie. Non “cancella” l’artrosi, ma può migliorare la tolleranza alle attività quotidiane.
4) Le infiltrazioni curano l’artrosi?
Le infiltrazioni possono ridurre dolore e infiammazione in alcuni pazienti e facilitare la riabilitazione, ma non rigenerano la cartilagine consumata. L’indicazione va valutata caso per caso, in base a sintomi, grado di artrosi e obiettivi.
5) PRP e cellule mesenchimali: a cosa servono davvero?
Sono opzioni che possono essere considerate in contesti selezionati, spesso nelle forme non avanzate, con l’obiettivo di modulare i sintomi e l’infiammazione e sostenere un percorso funzionale. La risposta può variare: per questo sono importanti selezione, aspettative realistiche e follow-up.
6) Ozonoterapia: quando può entrare in un percorso per dolore d’anca?
L’ozonoterapia localizzata può essere proposta come supporto integrabile in percorsi selezionati di gestione del dolore muscolo-scheletrico. Come per le altre opzioni, l’utilità dipende da diagnosi, obiettivi e quadro clinico complessivo.
7) Quando si considera la protesi d’anca?
Di solito quando il dolore e la limitazione funzionale incidono in modo significativo su cammino, sonno, autonomia e le terapie conservative non danno più un beneficio adeguato. La decisione è clinica e funzionale, non basata solo sull’RX.
8) Esiste un approccio chirurgico “migliore” per tutti (anteriore, posteriore, ecc.)?
Non esiste un approccio universalmente migliore. La scelta dipende da anatomia, condizioni cliniche, complessità del caso e pianificazione dell’intervento. L’obiettivo è una chirurgia appropriata e sicura per quel paziente.
9) Quanto dura il recupero dopo protesi d’anca?
I tempi variano in base a età, condizioni di base e tipo di intervento. In genere si lavora su una mobilizzazione precoce e su un recupero progressivo della forza. La riabilitazione è parte integrante del risultato.
10) Che cosa significa “caso complesso” di anca?
Per esempio: revisioni di protesi già impiantate, deformità importanti, deficit ossei, esiti traumatici o condizioni che richiedono una pianificazione più avanzata e strategie alternative. In questi casi può essere utile un inquadramento “di team” e un percorso più strutturato.
















