

Negli ultimi anni, in ortopedia del ginocchio si parla sempre più di terapie “biologiche” per gestire dolore, infiammazione e perdita funzionale, soprattutto nelle fasi iniziali o intermedie dell’artrosi (gonartrosi) e in alcuni difetti cartilaginei. Tra queste, le cellule staminali mesenchimali (MSC) sono tra gli argomenti più discussi, ma anche tra quelli che richiedono più chiarezza: non sono una “cura universale”, non sostituiscono la chirurgia quando l’artrosi è avanzata, e il risultato dipende in modo critico da selezione del paziente, meccanismo del dolore, stadio della patologia e biomeccanica del ginocchio.
In Logmedica, l’inquadramento del ginocchio e dei percorsi di preservazione articolare viene gestito con indicazioni rigorose: i riferimenti per la chirurgia e la preservazione articolare del ginocchio sono PD Dr. med. Marco Delcogliano e Dr. med. Luca Deabate, con un approccio che integra diagnosi, strategia terapeutica e riabilitazione.
Perché la cartilagine del ginocchio “guarisce poco”
La cartilagine articolare del ginocchio è un tessuto altamente specializzato, ma con un limite strutturale importante: è poco vascolarizzata e non ha una capacità riparativa naturale paragonabile ad altri tessuti. Questo spiega perché piccole lesioni cartilaginee possano diventare sintomatiche nel tempo e perché l’artrosi tenda a progredire. Per questo, molte terapie hanno obiettivi realistici di controllo del dolore e miglioramento funzionale, più che “rigenerazione completa” dell’articolazione.
Cosa sono le MSC e come agiscono davvero
Le MSC sono cellule “adulte” multipotenti presenti in vari tessuti, tra cui midollo osseo e tessuto adiposo. Nel linguaggio comune vengono spesso associate all’idea di “ricrescita della cartilagine”, ma nella pratica clinica il modello più accettato oggi è diverso: l’effetto principale è spesso paracrino e immunomodulante, cioè legato al rilascio di mediatori biologici che possono modulare l’infiammazione locale, ridurre la sinovite quando presente e rendere l’ambiente intra-articolare meno “reattivo”.
Detto in modo semplice: nei casi selezionati l’obiettivo più realistico è ridurre dolore e migliorare funzione per un certo periodo, non “ricostruire” un’articolazione già consumata.
Da dove si ottengono e perché la preparazione conta
Nella pratica clinica le principali fonti autologhe (cioè del paziente stesso) sono:
- Midollo osseo (es. concentrato midollare / BMAC)
- Tessuto adiposo (prelievo con piccola lipoaspirazione e processazione)
In termini generali, il tessuto adiposo è spesso considerato interessante anche per la possibilità di un prelievo meno impegnativo rispetto all’aspirazione midollare; il midollo osseo è storicamente molto utilizzato e può essere indicato in percorsi selezionati. In ogni caso, non è solo “da dove provengono” le cellule a fare la differenza, ma come vengono preparate e come la procedura viene inserita nel percorso complessivo.
Quando si parla di tessuto adiposo, ad esempio, esistono tecniche di processazione meccanica (spesso a circuito chiuso) che mirano a ottenere un prodotto più pulito e iniettabile, riducendo residui ematici e lipidi liberi che potrebbero aumentare l’irritazione articolare. Questo aspetto ha un impatto pratico: aiuta a rendere la procedura più standardizzabile e a ridurre reazioni infiammatorie transitorie post-iniezione.
Risultati attesi: cosa è ragionevole aspettarsi
Gli studi clinici utilizzano scale di dolore e funzione (VAS, KOOS, WOMAC, IKDC). In una sintesi prudente e divulgativa:
- in molti pazienti selezionati si osserva un miglioramento di dolore e funzione per alcuni mesi, talvolta anche più a lungo, soprattutto nelle forme lievi-moderate di artrosi;
- la risposta non è uguale per tutti e dipende da stadio della patologia, carico biomeccanico e aderenza al percorso riabilitativo;
- possono verificarsi effetti transitori dopo la procedura (dolore e gonfiore temporanei), in genere gestibili con indicazioni mediche e modulazione del carico.
È utile mantenere un criterio chiaro: l’obiettivo è un miglioramento sintomatico e funzionale misurabile, non una promessa di “rigenerazione completa”.
Indicazioni e limiti: quando può avere senso e quando no
In termini pratici, i profili in cui questo tipo di approccio può essere considerato includono spesso:
- artrosi lieve o intermedia (non quadro terminale)
- dolore persistente con impatto funzionale
- beneficio insufficiente di un conservativo ben impostato
- disponibilità del paziente a seguire una riabilitazione coerente
Esistono però situazioni in cui la probabilità di beneficio è ridotta o l’indicazione non è appropriata, come:
- artrosi avanzata con deformità importante e “osso contro osso”
- dolore principalmente legato a instabilità legamentosa non trattata
- infezioni articolari o condizioni che controindicano procedure infiltrative
- aspettativa di “ricostruzione completa” in un ginocchio già terminale
Nei difetti cartilaginei focali (non diffusi) il ragionamento può cambiare: in alcuni casi la terapia biologica può essere un supporto, in altri è più appropriato valutare procedure chirurgiche di preservazione cartilaginea, a seconda di sede, dimensione e profondità della lesione.
Il punto chiave: la biomeccanica non si può ignorare
Un concetto fondamentale in ortopedia del ginocchio è che la biologia da sola difficilmente compensa un problema meccanico significativo. Se il ginocchio è molto varo o valgo, oppure se manca stabilità (ad esempio per lesione legamentosa), qualsiasi infiltrazione o terapia biologica può avere un effetto più limitato perché il compartimento continua a essere sovraccaricato.
Per questo, nei percorsi moderni, la valutazione include spesso anche:
- analisi dell’asse e distribuzione dei carichi
- stato del menisco e stabilità legamentosa
- scelta della strategia più coerente (conservativo, infiltrativo, correzione dell’asse, chirurgia)
In alcuni casi selezionati, la correzione biomeccanica (ad esempio con osteotomia) può avere un ruolo nel ridistribuire i carichi e nel proteggere la cartilagine residua, eventualmente integrando anche opzioni biologiche quando appropriate.
PRP e acido ialuronico: alternative e percorsi in step
Nel mondo delle infiltrazioni, PRP e acido ialuronico sono opzioni diffuse e possono essere considerate come parte di una strategia “a step”, sempre con obiettivi di riduzione del dolore e miglioramento della funzione. La scelta tra PRP, soluzioni biologiche a base di MSC e altre opzioni non dovrebbe basarsi su slogan, ma su:
- quadro clinico e grado di artrosi
- obiettivi del paziente (cammino, sport, lavoro, sonno)
- tollerabilità e tempi di recupero
- integrazione con fisioterapia e progressione del carico
Sicurezza e aspetti regolatori: perché serve rigore
Quando si parla di cellule e preparati biologici è importante che la procedura avvenga in contesti sanitari adeguati, con criteri di sterilità e tracciabilità. Inoltre, esiste una distinzione rilevante tra processazioni “minimali” e manipolazioni più complesse, che ricadono in cornici regolatorie più stringenti.
Dal punto di vista del paziente, il messaggio pratico è semplice: diffidare di promesse generiche e “miracolose”, perché le indicazioni sono specifiche e i risultati dipendono in modo significativo dalla selezione e dalla biomeccanica.
In sintesi, le MSC rappresentano un’area importante dell’ortopedia biologica del ginocchio, ma il loro utilizzo clinico richiede un approccio basato su appropriatezza: diagnosi corretta, stadio di malattia adeguato, obiettivi realistici e, soprattutto, integrazione con biomeccanica e riabilitazione. In pazienti selezionati possono contribuire a ridurre dolore e migliorare la funzione; nei quadri avanzati, invece, è spesso più appropriato orientarsi verso strategie diverse.
Riferimenti per il ginocchio in Logmedica: PD Dr. med. Marco Delcogliano e Dr. med. Luca Deabate.
FAQ – Cellule staminali mesenchimali e ginocchio
1) “Cellule staminali” significa che la cartilagine ricresce?
Non necessariamente. Nella pratica clinica l’obiettivo più realistico è spesso modulare infiammazione e sintomi e migliorare funzione, soprattutto in artrosi non avanzata.
2) In quali casi hanno più senso?
Spesso in artrosi lieve-intermedia o in situazioni selezionate con dolore persistente e limitazione funzionale, dopo valutazione clinica e imaging.
3) Se ho artrosi avanzata “osso contro osso”, posso farle?
In genere il beneficio atteso è limitato e spesso si considerano percorsi alternativi (anche chirurgici), a seconda della situazione.
4) Perché l’asse del ginocchio conta così tanto?
Se il ginocchio è molto varo o valgo, il compartimento malato continua a essere sovraccaricato: senza correzione meccanica, l’effetto di una terapia biologica può ridursi.
5) È meglio tessuto adiposo o midollo osseo?
Non esiste una risposta universale. Dipende dal caso clinico, dall’obiettivo e dal tipo di preparazione/indicazione. La scelta va personalizzata.
6) Fa male? Ci sono effetti collaterali?
Possono esserci dolore o gonfiore transitori dopo la procedura. Il profilo di sicurezza dipende anche da corretta preparazione e contesto clinico.
7) PRP e cellule staminali sono la stessa cosa?
No. Il PRP è un concentrato piastrinico ricco di fattori di crescita; le MSC hanno soprattutto un ruolo immunomodulante/paracrino.
8) Quanto dura l’effetto?
Variabile. In pazienti selezionati può durare mesi e talvolta più a lungo, ma non è prevedibile “a priori” senza valutazione clinica.
9) Serve fisioterapia dopo?
Sì, nella maggior parte dei casi è utile: l’obiettivo è trasformare il miglioramento del dolore in recupero di funzione.
10) Come evitare aspettative non realistiche?
Parlando di obiettivi misurabili (dolore, cammino, sonno, farmaci), del grado di artrosi e dei limiti della biologia nei quadri avanzati.
















